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Abstineo Me Ergo Sum

I disturbi dell’alimentazione odierni nella letteratura. Un modo per superarli.

Abstineo Me Ergo Sum

Gli artisti della fame, l’autodistruzione e Franz Kafka

I disturbi dell’alimentazione odierni nella letteratura. Un modo per superarli

Il mondo contemporaneo e la realtà che ci sta attorno pone per tutti la terribile angoscia dell’esistenza, l’impossibilità di dare un senso a questa nostra vita della quale non sappiamo nulla. Ci troviamo all’interno di un corpo che non conosciamo mai fino in fondo, ci troviamo a portare avanti dei comportamenti indotti dai modelli culturali che ci stanno attorno, ci troviamo bisognosi di qualcosa a cui aggrapparci per poterci sentire sicuri, protetti da quello che sta fuori di noi. Il nostro inconscio è un mistero, la realtà esterna è una continua lotta alla sopravvivenza, un labirinto pieno di trappole e di incognite, tutto ciò che ci separa dalla giungla quotidiana è lo strato di pelle che avvolge il nostro corpo e che, ahimè, è visibile. Se dunque possiamo nascondere le nostre paure, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo e pensieri più intimi, non possiamo fare altrettanto col nostro corpo fisico che, per essere accettato ha bisogno di essere conforme ai modelli culturali che appartengono alla nostra società. Oggi le riviste patinate, la televisione e la pubblicità ci propongono continuamente modelli di donne bellissime e magrissime, senza difetti; ci propongono uomini prestanti e vigorosi, quadretti di famiglie felici che fanno colazione insieme e si augurano una buona giornata con baci e abbracci, ma nulla di tutto questo esiste davvero. Allora si rincorre un ideale mitico e, nell’ovvia impossibilità di raggiungerlo, ci si sente insoddisfatti, privi di sicurezze e traboccanti dall’idea continua di non essere accettati perché diversi dal sogno della perfezione, dal modello roseo di un corpo e di una vita che non sono naturali, ci si sente pervasi dalla convinzione che tutto ciò che conta è apparire, imbellettare quella pelle che ci separa dal mondo e che ci rende visibili agli altri e, quanto più non riusciamo a renderla accettabile, tanto più iniziamo a volerla fare scomparire.

E così iniziano i digiuni, il voler a tutti costi restare magri, costringendosi a non mangiare o a vomitare tutto ciò che s’ingerisce; il cibo diventa l’unica forma d’amore che ci riempie ma che, rendendoci diversi dalla “norma culturale”, amiamo e al tempo stesso odiamo, non pensiamo di meritare e rifiutiamo, in un continuo, vorticoso e tragico cammino verso la morte.

Sono questi (anoressia, bulimia, anoressia restrittiva) tutti i problemi legati all’alimentazione che affliggono gli individui di oggi così come avveniva, per motivi diversi, in passato, sia nelle donne che negli uomini. Non era diverso, infatti, nei tempi più lontani quando, ad esempio, nei periodi di penuria, l’essere grassi era un simbolo di ammirazione, un segno di opulenza e ricchezza.

Anche il digiuno ha rappresentato una costante nelle varie epoche: se molte donne dal decimo secolo in avanti acquistarono notorietà per i loro lunghi digiuni di stampo mistico, il digiuno ascetico trova negli uomini la massima espressione nella “vicenda” dei Padri del deserto, dei monaci anacoreti che in seguito alla “mondanità” della chiesa, decisero di ritirarsi nei deserti dell’Egitto e della Palestina, per dedicarsi totalmente al Signore: si narra che trascorressero anni nelle situazioni più impervie in enormi restrizioni di cibo e acqua. Il digiuno come forma di penitenza per dei peccati commessi è una pratica molto antica che ha da sempre accompagnato il destino degli uomini, riecheggia nei Salmi Babilonesi e, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici digiuni per placare la collera divina in concomitanza con catastrofi o guerre. Il cibo, soprattutto nel cristianesimo è poi spesso associato al peccato e l’ingordigia di cibo alla tentazione del demonio. Non è forse l’irresistibile morso di una mela a precludere l’Eden ad Adamo ed Eva ed a relegarli alla terrena peccaminosità ?

Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario islamico l’intera massa di fedeli si astiene per un mese ad un rigido periodo di astinenze alimentari e sessuali dall’alba fino al tramonto.
Ma anche l’astinenza prolungata da cibo era considerata nel medioevo come un atto di superbia di fronte alle leggi divine e perciò condannata dalla chiesa, si pensava addirittura che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno si celasse l’operato del diavolo, che aiutava con sortilegi notturni il digiunatore nella sua astinenza.

Dalla fine del XIX sec. fino agli anni ’30 del XX  vi erano poi i cosiddetti “artisti della fame” noti anche come “scheletri viventi” che si servivano per fini spettacolari del loro digiuno prolungato e del loro estremo dimagrimento: solevano esibirsi dietro compenso nelle fiere, nei circhi e nei parchi di divertimento. Essi rappresentano una variante più moderna delle fanciulle digiunatrici medievali, perché entrambi cercavano di stupire tramite le loro capacità digiunatorie, ma a differenza delle ragazze digiunatrici erano quasi tutti maschi e esibivano le proprie gesta a scopo di lucro. Anche il tipo di sensazione suscitata era diversa: nel digiuno delle ascetiche prevaleva l’incredulità per un fenomeno che si pensava di natura divina o demoniaca, comunque ultraterrena, negli artisti della fame emergeva l’ammirazione per la particolare abilità espressa.

Lo splendore e il declino degli artisti della fame e delle loro gesta in tutte le principali città d’Europa ci sono giunte grazie agli innumerevoli resoconti fatti da scrittori e cronisti dell’epoca e ciò perché la lotta dell’uomo contro l’istinto naturale della nutrizione era fra ciò che più colpiva l’immaginario popolare e che rendeva questi spettacoli fra i più apprezzati nelle fiere.

La descrizione psicologica più profonda sugli artisti della fame ci viene offerta da Franz Kafka nella sua novella “Un digiunatore” in cui lo scrittore praghese narra della vita dei digiunatori e dei loro spettacoli.

Kafka pone l’attenzione soprattutto sul drammatico equivoco dell’ “impresa” del digiunatore, infatti di fronte allo stupore degli astanti sulle capacità di sopportazione della fame del digiunatore egli risponde :”Perché io sono costretto a digiunare” disse il digiunatore…”perché io non ho mai potuto trovare il cibo che mi piacesse. Se lo avessi trovato, credilo, non avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come te e tutti gli altri” Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba, convinzione di continuare a digiunare.”
Secondo Kafka l’origine dello sbigottimento degli spettatori derivava dall’intuizione che in quegli uomini “ci fosse qualcosa che non funzionava”, qualcosa di misterioso e sospetto da scoprire, ma questo mistero non risiedeva in un inganno sul digiuno teso dall’artista agli spettatori, il suo vero inganno stava nel presentare la sua inclinazione come una virtù, il suo digiunare come una prodezza, mentre invece il digiuno per lui era la cosa più facile del mondo ed il mangiare invece la cosa più ardua.
La vicenda degli “artisti della fame” presenta delle interessanti affinità con alcuni tratti degli anoressici.

Quello che colpisce é l’identificazione della persona con l’atto del digiunare, (parafrasando da Cartesio si potrebbe dire “abstineo me ergo sum”) nonché l’esaltazione narcisistica per questa loro particolare caratteristica sovente presente nel soggetto anoressico che, di fronte alla fragilità del proprio Io e alla indecifrabilità del proprio sistema sensoriale trova nel sintomo anoressico, nel controllo sull’ingestione di cibo, un’esperienza di continuità e di coerenza del sentimento di esistenza di sé.
Il racconto di Kafka “Un digiunatore” oltre a rappresentare una descrizione storicamente affidabile del fenomeno degli artisti della fame, ci offre uno “spaccato” della personalità del digiunatore di un coinvolgimento, una introspezione personale, una sensibilità verso le sfaccettature del suo animo tali da aver portato molti studiosi a riconoscere in questo racconto le prove della patologia alimentare di cui probabilmente lo stesso autore soffriva.

In effetti attraverso la vita e le opere di Kafka come quelle di altri letterati dell’800-900 quali Byron si possono rilevare molti tratti caratteristici della personalità degli uomini anoressico-bulimici.
Kafka e Lord Byron cercarono per molti anni di conformarsi ad un ideale ascetico e spirituale che si erano prefissi. Nell’opera di Kafka è presente il leit-motiv del masochismo, la sua tendenza autodistruttiva, la volontà di soffrire, di immolarsi, di trascendere infine con la morte la propria corporeità vista come sordida e ingombrante (vedi “La metamorfosi”) nel desiderio mai sazio di mettere finalmente a tacere quel profondo senso di colpa che come si può evincere ne “Il processo” costituiva il suo peccato più grande.

Gregor Samsa, l’abominevole scarafaggio de “La metamorfosi”, ha quanto di più autobiografico si possa trovare in un racconto: Kafka si sente, lui stesso, uno scarafaggio, si sente un essere deforme, incapace di volersi bene, nell’angoscia continua di vivere da umano con le sembianze di animale, di vivere da persona normale con la vocazione di artista, vocazione che viene continuamente repressa, turbata, messa da parte dal timore del giudizio del padre. E così nasce il senso di colpa e la volontà di autodistruzione che lo accomuna ai digiunatori, alle persone affette da anoressia, agli artisti della fame: esseri umani che non trovano corrispondenza tra ciò che sono dentro e ciò che gli altri si aspettano da loro, anime dilaniate tra l’essere e il dover essere, continuamente buttate giù dal bassissimo senso di autostima che li porta, a poco a poco, ad eliminarsi, a voler scomparire, a porre fine ad una sofferenza silenziosa che urla dall’interno e che all’esterno si mostra solo nell’orgoglio di un corpo scheletrico, impressionante quanto la corazza di Gregor e simboleggiante la sicurezza, in una realtà che continuamente sfugge al nostro volere, di poter controllare almeno qualcosa: il peso, il senso di fame e la distruzione del proprio corpo.

E così, anche Gregor si lascia morire di fame in quel corpo che, se pure duro, nero e peloso, lasciava intravedere qualcosa di molto dolce, di estremamente sensibile qual era l’anima dello stesso Franz.

Sicuramente Kafka non soffriva di patologie legate all’anoressia nel senso più vicino a quello odierno, anche perché, per fortuna, non esistevano ancora i miti della televisione e della pubblicità e l’immagine, in un mondo che cominciava appena ad essere privo di valori, non era fondamentale come adesso. Ciò che invece si evince dalla lettura delle opere di Kafka è il “sintomo”, tutto ciò che sta dietro la malattia: il senso di colpa, la mancanza di autostima, il sentirsi inadeguati all’interno del contesto sociale in cui si vive e il continuo desiderio di volersi annullare nell’errata convinzione di essere colpevoli di esistere e inutili al mondo intero.

Ora, i “sintomi” che negli odierni pazienti anoressici sfociano in disordini alimentari di varia natura, in Kafka sfociavano nella scrittura, nei suoi meravigliosi romanzi, nei suoi racconti, in tutti quegli scritti pubblicati quasi per sbaglio perché considerati inutili, senza valore…e come poteva essere altrimenti se a proclamarne l’inutilità era una persona senza alcuna autostima come Kafka?

Certamente le parole di Kafka sarebbero state scritte diversamente e avrebbero trasmesso qualcosa di meno profondo, di meno eterno e  di meno grande se a dettargliele non fosse stato il dolore, la sua profonda sofferenza interiore che lo tormentava continuamente, che lo lacerava e che urlava silenziosa da dentro.

Il dolore è ciò che ha dato vita agli artisti più grandi, alle opere che continuano a vivere attraverso i secoli mantenendosi attuali; il dolore ha fatto in modo che persone come Kafka, come Leopardi, Joyce, Pirandello o Mozart di fronte ad una vita che non dava loro soddisfazioni, ad un’esistenza priva di gioia, di fronte alla capacità di vedere l’essenziale e di rimanerne costantemente delusi, non scegliessero di porre fine alla vita, ma decidessero di trasformare la loro sofferenza in vibranti riflessioni e in eterni insegnamenti, di sublimare il loro dolore in ciò che di più splendido esiste al mondo: l’arte.

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