MCN | “2018 – 2081”: da dove nasce il Grande Fratello
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“2018 – 2081”: da dove nasce il Grande Fratello

Da dove deriva il Grande Fratello: ampliamenti delle visioni di George Orwell

“2018 – 2081”: da dove nasce il Grande Fratello

Ampliamenti delle visioni di “1984” di George Orwell*

L’Apparenza è Realtà
L’Invisibilità è Visibilità
L’ignoranza (ahimè) è sempre forza

Diversi critici hanno posto in evidenza il fatto che l’apice della produzione letteraria di George Orwell, 1984, non sia una profezia di un epoca futura a quella in cui l’autore scriveva ma soltanto una visione personale che enfatizzava certi aspetti della società del suo tempo che, di fatto, suscitavano in Orwell un ossessiva sensazione di paura e diventavano per lui il cosiddetto “incubo ricorrente” di freudiana memoria.
Sicuramente Orwell aveva formulato delle visioni o, a mio parere, aveva profetizzato la realizzazione di qualcosa senza però calcolarne bene la data.

Gli anni Ottanta, per chi li ha vissuti ad un’età abbastanza matura da poter analizzare criticamente ciò che gli stava intorno, erano forse la fine di una delle più belle epoche del Novecento: gli anni Sessanta e Settanta, anni in cui esistevano ancora dei valori, anni in cui ci si poteva anche sposare per amore, anni in cui il cuore riusciva ancora a battere per l’emozione di vedere la propria donna, anni in cui i giovani avevano dei divieti, dei limiti che, forse, li avrebbero resi più liberi di quelli di oggi da un’eterna sensazione di insoddisfazione verso la realtà, da una totale mancanza di desideri, di progetti da costruire, di mete da raggiungere.
In verità, forse, la profezia di Orwell deve ancora avverarsi, ma ormai ci siamo vicini.

A differenza della società dei “tre stati” e delle regole non scritte in cui tutto è proibito ma niente è vietato, noi, non abbiamo ancora trovato “l’ultimo uomo sulla terra” che sia capace, o almeno tenti, di cambiare qualcosa, noi non abbiamo ancora scoperto un “libro segreto” in cui ci viene spiegato il meccanismo contorto e insensato del nostro vivere quotidiano; viviamo nella speranza (molti) e nella certezza (alcuni) che tutto ciò avrà un senso in un’altra vita, che quello che viviamo è un passaggio, una specie di gara a premi dove chi arriva per primo vince il Paradiso, ma nessuno, in verità, sa dove deve arrivare, qual è la tappa finale del giro, il premio della caccia al tesoro, la regola di questo gioco planetario.
E allora ognuno si fa le regole da solo: siamo tutti normali nella diversità, ma la mia normalità è sempre più vera, più reale, più “normale”.

Nel dizionario della società, in cui non c’è neanche una distinzione tra “lessico A, B, e C”, troviamo parole buone e parole cattive. Diverso è una parola cattiva, una parola da evitare, una parola che allontana dalla norma, dallo standard, dal conforme e quindi per questo, non solo negativa ma anche inesistente, inutile, perché chi è diverso non esiste (per loro).
Poi ci sono le parole in gergo, le abbreviazioni, ma quelle bisogna saperle e basta, altrimenti non fai parte della “bella gente”, dove l’aggettivo “bella” e quanto di più indefinibile possa esistere, ma, a istinto, è una parola buona.

Nella società di Orwell il passato non aveva memoria e oggi si cerca di far approvare delle riforme scolastiche per diminuire l’arco di tempo storico da studiare.
Sui giornali, al telegiornale, si viene a contatto con notizie e dati modificati in base alla credenza politica di chi le dice e all’influenza che potrebbero avere sulla società.
Nella società di Orwell, la sua reale, egli apparteneva ad una lower upper middle class dove si spendeva tutto per le apparenze e oggi si compra l’ultimo modello del Mercedes ma magari si vive in affitto. “Si ostenta tutto ciò che si possiede e si invidia tutto il resto, perché si è ciò che si ha e si vive col timore di poter sembrare poveri, si costruisce in costante escalation col vicino e si hanno più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo, ci si arrampica come le lucertole e se si perde la coda la si ricompra.” (da “Quelli che ben pensano”, brano musicale degli anni Novanta dal titolo stranamente vicino ai “benpensanti” della società di 1984)

Arriviamo così ai tre slogan coniati da Orwell, rivisitati, ampliati e adattati ai nostri giorni:

  • “La guerra è pace” e oggi si assiste ad una miriade di conflitti dei quali spesso si ignora perfino l’esistenza, mentre gli americani si elevano a pacificatori del mondo e hanno portato in Iraq (per fare un esempio) una pace che, di fatto, è ancora guerra, guerra al diverso, guerra ad una cultura diversa da quella occidentale, guerra ad una democrazia che non è e non vuole essere uguale alla loro.
  • “La libertà è schiavitù”. Certo, oggi siamo liberi di pensare come gli altri o di pensare in modo diverso senza farlo sapere troppo in giro, siamo liberi di vestirci come dettano le mode, siamo liberi di uscire la sera e di seguire, come un palinsesto televisivo, il programma che una regola non scritta ha previsto per la serata: martedì cinema, venerdì quel locale, sabato quell’altro. Ovviamente, come dicevo sopra, ogni città ha il suo palinsesto, la sua regola non scritta che però tutti sanno. Siamo liberi anche di non fare tutto questo, con la consapevolezza, però, di essere emarginati, estraniati, considerati diversi. Dunque siamo liberi di essere schiavi.
    “L’apparenza è Realtà”. L’essenziale non è vestire un capo firmato perché di qualità migliore, ma fare vedere che s’indossa un capo firmato (non è un caso che molti capi Prada abbiano una barra rossa: i nazisti avevano la svastica, noi abbiamo la barra rossa che dice che vestiamo Prada). L’essenziale non è essere ma sembrare.
  • “L’invisibilità è la visibilità”. Soltanto attraverso l’annullamento di sé stessi ci rende visibili al mondo o almeno si è a posto con la coscienza nell’illusione di essere visibili, ma morti e quindi invisibili. Perché cercando il divertimento in una passerella di abiti e comportamenti all’interno di un luogo chiuso e affollato dove la musica ti impedisce di parlare non c’è alcun desiderio di vita. Perché evitando la dialettica di un dialogo, e la costruzione personale di un punto di vista, di una riflessione sul mondo, trasformandosi in specchio dell’opinione del più forte, del leader del gruppo, non c’è nessuna parvenza di intelligenza, di movimento cerebrale. Perché annullandosi nelle onde ovattate della sicurezza fatiscente dell’alcool o della droga non c’è nessun tentativo di responsabilità etica, non c’è nessun desiderio di affrontare la sfida di una vita concreta. Perché cercare di indossare la maschera dello spettacolo che va più di moda o ambire a diventare il manichino lustrato e perfetto della vetrina davanti alla quale passa più gente è assenza di anima e quindi segno di esseri morti. Soltanto attraverso la morte interiore, ci si può concentrare nel tirare a lucido la forma esteriore che, come ben sappiamo, è polvere, a polvere ritornerà e in tal modo se ne anticipa soltanto il momento all’interno della vita stessa e non alla morte.
  • “L’ignoranza è forza”. Oggi come nella società di Orwell, i potenti del mondo puntano sull’ignoranza dei popoli, sia nel senso di ignorare, evitare e a ciò si ricollega la suddetta mancanza di riflettere sul mondo, di osservarlo e costruire un proprio, unico e individuale punto di vista, sia nel senso di far perdurare uno stato di cultura medio-bassa, per poter governare nel migliore dei propri interessi attraverso l’immagine di un governo mirato al miglior interesse del popolo governato.

Orwell aveva fatto male i suoi calcoli sulla data dell’avvenimento ma la sua profezia aveva delle basi solide e delle visioni costruite sull’osservazione di fatti reali, di studi psicologici sull’uomo che esistono e che esisteranno sempre e forse nel 2081 torneremo al suo 1984.
Per adesso continuiamo a vivere in questo cimitero di anime, in questi sguardi vitrei, sguardi che si abbassano, sguardi che non luccicano, sperando che prima o poi ci sia un gruppo consistente di “ultimi uomini sulla terra” che siano capaci di cambiare e di invertire la direzione infernale e apocalittica che ci siamo dati. Certo è che, in quanto essere unico e irripetibile che trae forza da questa speranza e che soffre nella riflessione quotidiana di quanto ci circonda, l’ultima donna vorrei essere io.

“Nel mare sterminato delle città reali e di quelle possibili, appare sempre più difficile edificare la città perfetta; quella che abitiamo non può essere altro che un inferno quotidiano nel quale orientarsi secondo due opposti comportamenti: il primo riesce facile a molti, accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, nell’inferno, non è inferno e farlo durare, e dargli spazio.” (da Le città invisibili di Italo Calvino)

*Tale personale riflessione, nasce dall’interazione dello studio della storia sociale dei media e in particolare di quell’idea di industria culturale presente sia all’interno degli effetti dei mass media sia, in modo più esteso, all’interno della Scuola di Francoforte che trova in esponenti come Adorno e Marcuse i suoi massimi sostenitori, insieme alla lettura profondamente critica e analitica del testo di G. Orwell, 1984, all’interno del quale si evince la fondamentale importanza dei mezzi di comunicazione di massa, identificati nel Grande Fratello, nel costruire “la falsa coscienza” di chi è loro fruitore. Mi scuso per l’evidente coinvolgimento emotivo presente nella stessa riflessione che sento dentro in modo particolare come vera e propria “malattia della società.”

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