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Canto di un’anima errante: dedica a Piero Ciampi

Canto di un'anima errante

Canto di un’anima errante: dedica a Piero Ciampi

L’amore domanda l’amore. Non cessa di domandarlo. Lo domanda…ancora. Ancora è il nome proprio della faglia da cui nell’ Altro parte la domanda d’amore.
Lacan, Il Seminario XX, Ancora

Ci si ritrova così: un bancone di legno illuminato da una luce color ocra, un bicchiere di prosecco ghiacciato, qualche stuzzichino e una sigaretta ogni tanto. È presto, non c’è tanta gente in giro, sono le otto di una serata ancora più vicina all’inverno che all’estate; in fondo non è piacevole uscire quando c’è troppa confusione. Non si riesce ad interagire con lo sguardo dell’altro, non si riesce a cogliere molto quando c’è troppa gente. E invece adesso che il locale comincia a riempirsi, si è in tre, quattro: una coppia, un tipo dall’accento straniero e noi stessi. E allora si comincia ad osservare. Dove guardano, come si siedono, cosa chiedono da bere, tutto ha un senso e poi ecco, s’incrociano gli sguardi, è quello l’attimo in cui se deve scattare qualcosa scatta, altrimenti si torna ad osservare e si ripiega una conversazione col barman. Più vecchio è e più avrà da raccontare e la cosa bella è che non te ne frega niente se ti racconta i suoi sogni, le cose che avrebbe voluto fare e non ha mai avuto il coraggio di fare o l’occasione o la possibilità, comunque ti offre il suo entertainment di vita vissuta, sognata, temuta, desiderata e tu ci fantastichi sopra, ci costruisci mondi immaginari che ti seguiranno per sempre nei ricordi di queste serate solitarie che vogliono riempire quel vuoto, che vogliono riuscire a provocare un movimento dell’anima, che vogliono provare a colorare le tue più intime emozioni.

“Il vino è l’arte dell’incontro”, dell’incontro coi sogni, coi desideri, con le speranze, con le nostre e con quelle di tutti gli altri che incontriamo.

Sei lì da solo, col tuo bicchiere di vino: “qualcuno che non ti conosce, che vive la sua vita al di fuori della tua. Non sa chi sei tu e tu non sai chi è lui. Cosa c’è di più bello? La vostra amicizia è data solo dal bicchiere che stringete. È in esso tutto il calore di cui avete bisogno.” (1)

Ma cos’è questo calore che cerchiamo disperatamente? Cos’è questo piacere che cerchiamo nell’incontro, nei racconti degli altri, nel suadente profumo di quel succo d’uva, corposo, che sembra rappresentare l’essenza della vita?

È forse quell’atavica pulsione orale che cerchiamo di soddisfare da sempre? È forse quella pulsione di vita che viene continuamente ostacolata, nel suo soddisfacimento, dal principio di realtà? Perché continuando a reprimere le nostre pulsioni di vita, come sosteneva Freud, non si fa altro che creare un disequilibrio continuo che peraltro è presente in tutti gli esseri umani e che crea quei meccanismi di sfogo in qualsiasi cosa che riesca ad esorcizzare la nostra terribile voglia di riempire quel vuoto, di soddisfare quel istinto vitale. Anche il vino, come tutte le dipendenze e come tutti i generi voluttuari, è uno sfogo.

In campo psicanalitico esiste una grande differenza tra il corpo umano e l’organismo vivente: quest’ultimo è regolato da leggi biologiche, il mondo umano invece non ha niente di naturale. “Esso è piuttosto il prodotto di una lavorazione: quella che il significante promuove imprimendo sulle cose umane il sigillo, la marca dell’Altro. Affermare che il corpo umano in quanto tale non ha niente di naturale significa dire che esso è, sin da prima della sua nascita, un corpo abitato, segnato, marcato dal linguaggio. Così la nascita biologica non anticipa semplicemente la nascita psicologica, perché in realtà la nascita di un bambino è già anticipata dall’Altro già a partire dalla scelta del nome.” (2)

Così, il corpo diventa il luogo dell’Altro e tutte le tappe e i passaggi ai quali si è costretti a subordinarsi, aprono una perdita nel corpo stesso che diventa una struttura bucata abitata da una mancanza. Lacan la chiama alienazione significante, ciò che offre al soggetto un’iscrizione simbolica, ma solo in cambio di una perdita d’essere, di una perdita di godimento.

“Esistono due soddisfacimenti distinti: uno di tipo biologico-naturale che coincide con l’esplicazione di una funzione istintuale e con il soddisfacimento specifico di un bisogno, l’altro di tipo sessuale che coincide con la realizzazione di un soddisfacimento speciale, non conducibile alla dimensione dell’appagamento del bisogno, detto appunto soddisfacimento pulsionale.”(3)

Ma la pulsione chiede di più di soddisfare un bisogno, la pulsione orale, ad esempio, distingue il bisogno di mangiare dalla ricerca della soddisfazione che si prova (in primis il bambino) che si vota nell’attività ripetitiva di essere allattato.

Ora, l’oggetto della pulsione orale, è variabilissimo anche perché la sua soddisfazione non è nel prendere il più possibile dall’oggetto, ma nella ripetizione del giro attorno al vuoto dell’oggetto stesso. Infatti, il primo oggetto del soddisfacimento della pulsione orale è per Freud, irrimediabilmente perduto (il seno della madre). E allora si contorna il più possibile l’oggetto mancante per raggiungere il soddisfacimento: “l’uomo inventa un discorso alimentare, inventa la gastronomia, arricchisce l’oggetto del bisogno di ricami, contorni, spezie, lo manipola, lo snatura, lo trasforma. È storicamente questa la funzione della Cucina: allontanare, staccare, trasfigurare l’oggetto del bisogno nell’oggetto della pulsione.” (4)

È evidente che quest’approfondimento psicanalitico tende ad evidenziare la mancanza di qualcosa che ci accomuna in quanto esseri umani e che ognuno di noi sostituisce in modo diverso.

Anche a Piero Ciampi mancava qualcosa e lui non aveva avuto la madre che per poco tempo; c’è tanta gente che la madre l’ha avuta come figura distante, c’è chi non l’ha mai conosciuta, c’è chi non ha mai saputo a cosa servisse una madre, c’è chi ne è stato continuamente soffocato, nell’intento materno di creare un’identità del figlio a sua immagine, senza dare però i mezzi, gli strumenti adatti per capire il mondo, per saperci vivere e per costruire, in qualche modo, una propria visione del mondo, una propria opinione, una propria identità forte abbastanza da non essere intaccata dalla realtà circostante, dai segni che assorbiamo quotidianamente, dal contesto culturale, sociale e linguistico con il quale interagiamo.

Piero l’aveva un’identità, un’identità discorde dal resto del mondo, un’identità che non ubbidiva a quel codice di leggi non scritte, un’identità che in un mondo dove tutto era lecito e proibito al tempo stesso, lui le regole se le faceva da solo e, nel maggiore dei casi, erano sbagliate per gli altri e quindi da emarginare, da mettere fuori dalla porta.

Però Piero la porta l’aveva aperta da solo e l’aveva varcata senza nessuno che gli facesse l’inchino, aveva conosciuto il silenzio della rinascita e la solitudine del dolore, ma aveva trasformato tutto questo in poesia, perché questo era: un poeta tanto sensibile verso le vicende umane, quanto egoista nel pretendere amore. Viveva la sua vita male, ma lo faceva con tanto amore ed era solo quello che chiedeva, che desiderava: amore.

“Io da oggi, se dividerò la mia vita con un’adulta, che non sia mia figlia, esigo essere al centro della sua anima, senza condizioni ex tempore, amato in ginocchio. Ciò è evidentemente impossibile e quindi si avvera la tua facile profezia che sarò sempre solo.” (5)

Questa è una scelta, una presa di posizione, una decisione che rispecchia ciò di cui si ha bisogno, ciò che si desidera: o qualcuno che sia capace di amarmi per sempre e nonostante tutto o niente. Spesso si arriva a tanto dopo aver provato sulla pelle le ferite delle delusioni, dopo avere dato anima e corpo per un castello di sabbia e scoprire che il mare lo afferrerà via in pochi secondi, dopo aver ceduto alla tentazione di non vedere l’evidente, di sfuggire alla consapevolezza della verità, dell’amara e triste verità.

A volte penso a Piero, mi identifico in lui, mi sento riconosciuta, smetto di essere sola (nel senso di solitudine d’idee, di pensieri) per un istante e ne traggo speranza, senso alla vita, luce che mi riscalda nel modo più naturale possibile e quindi duraturo.

A volte penso a Piero, in uno di quei locali del centro storico e mi sembra quasi che lui sia accanto a me e che sia l’unico a non scrutarmi come se fossi un’aliena, l’unico a capire che non mi trovo lì da sola perché disprezzo la gente, perché mi sento superiore a loro, perché non ho voglia di conoscere gli animi umani, le storie, i pensieri, le sofferenze e le gioie degli altri, ma solo perché il più delle volte, stare con qualcuno, uscire con qualcuno, è uguale ad essere soli, forse peggio, perché gli altri non ti raccontano nulla di quanto ho detto prima, ma spesso rappresentano un’assordante rumore di fondo, una stazione radio che non è perfettamente sintonizzata, un flusso di parole costruite che non hanno senso e che si rincorrono desiderose di trovare approvazione, consenso.

A volte penso a Piero come penso a Leopardi, poeti capaci di cogliere la vita, accettarla, apprezzarla o odiarla, desiderosi e determinati nel voler conoscere ogni minimo aspetto della realtà, nel non ignorare nulla, nell’essere felici di vivere e non di trascinarsi, nell’affrontare questa nostra vita interrogandosi continuamente e componendo sinfonie dell’animo che emozionano, che parlano ai più nascosti lati del nostro inconscio, rivelando le nostre paure e dandoci la capacità di conoscerle, affrontarle e superarle.

E a volte, pensando a loro desidero ardentemente appartenere a quell’altra razza di creature, “alla razza degli artisti che, stimolati da impulsi ignoti, prendono la massa inanimata dell’umanità e con la febbre e il fermento di cui la ricolmano mutano questa pasta molle in pane e il pane in vino e il vino in canto. Dal letame morto e dalla scoria inerte essi generano un canto che contamina. Vedo quest’altra razza di individui che rovistano l’universo, capovolgendo ogni cosa, coi piedi che sempre si muovono nel sangue e nelle lacrime, le mani sempre vuote, sempre tese ad afferrare quel che c’è oltre, il dio lontano; trucidano tutto quel che raggiungono per quietare il mostro che rode loro gli organi vitali.” (6)

A volte, incompresa dagli altri e capace di dialogare solo con “quel granello di sabbia che non è inferno”, mi sento anch’io un po’ come Piero, un po’ come Giacomo che chiedeva alla luna il senso dell’esistenza e del dolore degli uomini, mi sento anch’io un po’ artista e conservo come un mantra personale “Ha tutte le carte in regola”di Piero perché lo sento come un personale curriculum dell’anima. Ma il genio non è affatto incompreso, “è capito e per questo fa paura e viene scacciato, isolato, vilipeso, fino al punto in cui, finalmente morto, lo si può celebrare e riscoprire.” (7)

Solo dal caos può nascere una stella danzante.
Nietzsche

NOTE:

(1), (5), (7) :  Giuseppe De Grassi “Maledetti amici”

(2), (3), (4) :  Massimo Recalcati  “L’ultima cena”

(7) : Henry Miller  “Tropico del cancro”

Piero Ciampi era un cantautore un po’ “fuori dalla folla” nato a Livorno nel 1934 e morto a Roma nel 1980.

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