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Senza Titolo

Senza Titolo

Questo testo non ha titolo perché il mio desiderio è che ognuno, da lettore, possa, soggettivamente, interpretarne uno. Le mie parole nascono da riflessioni, pensieri e “voli pindarici” scaturiti dall’accostamento della Letteratura comparata ai miei personali studi di comunicazione pubblicitaria. Se interpretare non è tradurre, ma tradurre è anche interpretare, propongo, al termine della lettura di tale scritto di creare ciò che racchiude il contenuto delle mie riflessioni, in modo da effettuare un’interpretazione target-oriented. Credo che, dopo aver interpretato un titolo, quando capiterà di posare gli occhi su queste pagine, sarà più facile ricordarne il contenuto, come quando si appunta qualcosa su un’agenda: se io scrivo sulla mia agenda, a tale ora di tale giorno “totò”, sarà semplice solo per me ricordare a cosa si riferisce quel “totò” (magari a registrare un film di Totò che danno in TV), mentre gli altri, non essendo gli autori di quell’appunto, potrebbero interpretarlo in infiniti modi diversi e certamente mai completamente corrispondenti alla verità.

Nel film di Rob Reiner “Harry ti presento Sally” o meglio “When Harry met Sally”, una delle sequenze iniziali mostra Billy Cristal e Meg Ryan ( Harry e Sally ) in viaggio in macchina da Chicago a New York, al termine del loro corso di laurea.

Harry, salito in macchina, si rivolge a Sally dicendo: “Perché non mi racconti la storia della tua vita?”

E Sally risponde: “Ci sono 18 ore di viaggio da qui a New York, se devo raccontarti la storia della mia vita non facciamo neanche 5 chilometri, da quando sono nata non mi è successo niente!”.

Beh, certamente parlare è un’altra cosa, ma se davvero qualcuno pensasse di aver avuto una vita totalmente banale e monotona e dovesse comunque scriverne il corso, ci sarebbero mille modi per renderla più interessante, per scrivere più di quanto si immagini.

Durante un corso di “Racconto Breve”, nell’esercitarci a scrivere dialoghi, ci dicevano che il modo migliore per farlo è magari ascoltare dialoghi comuni, per la strada, sull’autobus, con gli amici e scrivere qualcosa che, nella banalità di quei dialoghi, riesce a creare un particolare interessante.

Per tornare ad Harry e Sally, scrivere la storia della nostra vita è in fondo ciò che U. Eco definisce Ekfrasi, cioè la trasposizione scritta di qualcosa di visivo, in questo caso di vissuto, il che è ancora più difficile e senza dubbio più personale dato che, soltanto l’autore stesso, chi ha vissuto, può esprimere l’essenza più intima della sua vita stessa, le altre sarebbero solo “possibili traduzioni”. L’impossibilità, per chi “non ha vissuto”, di riuscire a scrivere il racconto della propria vita sta nel fatto che non si tratta di esprimere il noetico, ma tutto ciò che riguarda lo psichico che, di fatto, è incomunicabile (Ricoeur).

La vita quotidiana ci dà molti esempi e spunti per capire che, spesso, la traduzione non può essere mai perfetta, non può essere mai fedele al testo fonte se non tradendolo.

Un caso interessante si presenta con il siciliano, proprio come il dialetto di Eco. Questi propone infatti il termine scarnebiè, come qualcosa che riguarda un po’ la pioggia e un po’ la nebbia, ma che effettivamente non trova una traduzione italiana che riesca a renderlo alla perfezione.

Ebbene, tempo addietro, aggirandomi per le bancarelle della fiera di Catania (a fera o’luni, per intenderci), ho visto un cartello che recava questa scritta: “Tutto a 1 Euro, causa malu vessu.”

L’espressione siciliana malu vessu, è intraducibile in lingua italiana. Certo, si potrebbe dire “causa cattive condizioni economiche”, o “causa inflazione”, o ancora “tutto a 1 Euro per pessimo andamento degli affari”, ma è evidente che non ha lo stesso effetto, che non “fa sentire” quanto l’originale.

In realtà, credo che ogni lingua ha, purtroppo o per fortuna, una sua espressione, un suo modo “di vedere il mondo” per cui non esisterà mai una lingua perfetta e universale come quella che esisteva prima di Babele. E allora “tradurre” significa operare una comprensione di un certo modo di vedere il mondo per trasportarla poi nel modo di vedere il mondo della lingua d’arrivo.

Un modo molto interessante di tradurre sono gli “stili di scrittura”, il lavoro fatto da Queneau con i suoi Esercizi. È interessante vedere un testo neutro, inserito, di volta in volta, in una nuova forma, come se un’anima si reincarnasse in decine di esseri viventi diversi, umani, animali, vegetali o magari anche in sostanze inanimate, è chiaro che assumerebbe ogni volta una sembianza diversa. Ma i testi non sono eterei come le anime, si leggono e questo rende il lavoro di rifacimento molto più interessante.

La traduzione opera allo stesso modo non solo per la comunicazione verbale, ma anche per la comunicazione non verbale, per il linguaggio dell’immagine, degli oggetti, del corpo, dell’ornamento, degli oggetti e dello spazio.

Un caso interessante di traduzione intersemiotica e uno dei tanti in cui si ha cambiamento di materia, in cui si trasmuta cioè un significato verbale in uno non verbale sono gli spot pubblicitari. A livello pubblicitario, anche le campagne stampa sono interessanti da questo punto di vista, ma credo che gli spot abbiano qualcosa di particolare.

Qualche anno fa, fu creato uno spot per l’aceto Ponti che riproduceva le parole de La Pioggia nel pineto di D’annunzio, associando ai versi le immagini delle gocce d’aceto che cadevano sui vari cibi. Si modifica, si adatta, si storpia o si re-inventa un modello per crearne uno assolutamente originale.

Uno spot è una storia, è un testo narrativo puro che si risolve in immagini, ma dietro ad ogni minimo fotogramma si ritrova un tessuto fittissimo di metafore, allegorie, allusioni, similitudini e iperboli, ogni minima parola è “tradotta” al fine di creare un testo che voglia rappresentare qualcosa nella singolarità e nell’insieme, che riesca ad essere isola nell’arcipelago e soprattutto che riesca a soddisfare l’intenzione principale della comunicazione pubblicitaria: far vendere.

Uno spot è una favola, è un racconto di 30 secondi che fa della “sintesi” e della “leggerezza” le basi essenziali per esprimere in un minimo margine di tempo qualcosa di molto più esteso. Non a caso, chi studia pubblicità, non può escludere la lettura delle Lezioni Americane di Calvino che parlano appunto di leggerezza e di sintesi. A dire il vero, chi studia pubblicità non può escludere nulla: deve attingere alla storia come alla filosofia e alla letteratura, deve sapersi districare tra la semiotica e la semantica, tra la scienza e il folklore, tra il sacro e il profano, deve aver letto la Bibbia e le barzellette su Totti, la Divina Commedia e il Manifesto, il De Amore di Cappellano e il kamasutra, deve aver viaggiato e conoscere le lingue, dal dialetto regionale al latino, dall’inglese al giapponese. La pubblicità è curiosità e sagacità, è ironia e drammaticità, è commedia e tragedia, è riso e pianto, è tradizione e innovazione, è attualità e storia, è in una sola parola, per essere sintetici, eclettismo. E questa infinità di argomenti deve saper risolversi in unicità, il molteplice in uno, il mare in goccia.

La traduzione, nella comunicazione pubblicitaria, è una negoziazione di significato ancora più ardua di quella fatta per testi normali: oltre “a servire due padroni”, soddisfare cioè le intenzioni dell’ Autore e facilitare la comprensione del Lettore, deve anche servire un terzo padrone, il Cliente che commissiona la pubblicità stessa, deve saper realizzare attraverso la creatività le esigenze e il volere del Sig. Barilla di turno.

Mi piace accostare la definizione di pubblicità ad una metafora di Nietzsche sulla creatività linguistica: egli la definisce “danzare in catene”, poiché nel giocare con la lingua si può liberamente spaziare con l’immaginazione e la fantasia, ma attenendosi sempre a norme e strutture fissate precedentemente. L’immagine della “danza in catene” diventa nel linguaggio di Eco “l’originalità di organizzazione”, il rendersi consapevole di avere, rispetto al sistema della lingua, un’infinità di combinazioni che, da un lato liberano il creativo e dall’altro lo obbligano ad attenersi al sistema stesso.

Vorrei citare infine un caso in cui operare una traduzione nel senso di interpretare un senso per esprimerlo poi in un un’altra forma linguistica è letteralmente impossibile : tradurre il sogno.

La difficoltà non si evince solo dal fatto che il sogno “parla” una lingua che non è stata mai oggettivata né da una grammatica nè da un dizionario, ma anche perché il sogno è l’emblema della nostra vita psichica e quindi della sfera incomunicabile. Interpretare e tradurre un sogno richiede delle capacità che vanno oltre l’abilità di servire Autore e Lettore, come diceva Ricoeur, anche perché, in questo caso, l’intenzione dell’Autore, in quanto inconscia, è ignota anche a lui stesso.

Ma in fondo, credo che nulla sia impossibile, neanche interpretare un sogno, in fondo Freud aveva già fatto un tentativo.

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