MCN | Viaggio a Catania, tra i mille contrasti della Sicilia.
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Viaggio a Catania, tra i mille contrasti della Sicilia.

Viaggio a Catania

Viaggio a Catania, tra i mille contrasti della Sicilia.

Un giorno in Paradiso.

Reportage di una siciliana che racconta l’esperienza di tornare, dopo tanti anni, tra i posti che le hanno regalato la vita, in una Catania nuova, più viva, sempre solare, sempre sua.

In una mattinata d’estate,  sento sulla pelle del mio viso l’aria calda del vento di scirocco che fa avvertire maggiormente il calore del sole d’agosto in Sicilia.

Sono appena arrivata a Catania e già ne sento il profumo, ne avverto il forte e deciso sapore. Le foglie bruciacchiate delle palme lungo il marciapiede del lungomare si muovono in sintonia col vento mentre le mie mani, il mio colorito, si pennellano di scuro, entrano in contatto con quella luce intensa che, in qualche modo, ringiovanisce e leviga quella pelle ormai abituata alla nostalgia del sole siciliano.

Dopo tanti anni, un biglietto aereo, un breve volo sopra le nuvole, mi riportano in questa terra maledetta, fatta di contrasti, di colori sgargianti, di estasianti sapori, di sublimi paesaggi naturali e di quel calore umano tipico dei piccoli centri, dove ancora la gente si saluta per la strada, dove ancora, dopo pranzo, ci si stende al sole con gli occhi chiusi, sognando il proprio mondo, lasciando correre i propri desideri.

Ebbene ecco che sotto il cielo pennellato di blu, davanti una distesa di mare increspato che vuole caratterizzare la sua personalità, ecco che nelle mie mani si posa una calda brioche, una di quelle tonde con una piccola pallina gonfia sopra. A porgermela sono le mani di un signore dalla pelle scura, e dai lineamenti forti; me la porge come se fosse un gesto che ripete da anni con la stessa delicatezza, con la stessa espressione di chi rende omaggio della propria tradizione ad un ospite gradito. Assieme al morbido gusto della pasta da forno, si scioglie nelle mia bocca una dolcissima crema ghiacciata: è la granita di mandorla.

Ogni volta che ci si siede da qualche parte, che sia un ristorante sul mare, o magari un piccolo caffè tra le vie millenarie del centro storico, si entra a far parte di un rito: il rito del gusto. Sì, perché mangiare a Catania, come in tutta la Sicilia, non è solo quell’azione abitudinaria che ci accingiamo a svolgere ogni giorno per vivere, a Catania si mangia per l’egoistico piacere del palato, ci si siede a tavola con la stessa curiosità di un bambino che vede qualcosa per la prima volta.

Mille gli ingredienti, mescolati sapientemente tra loro in modo non creare mai monotonia; mille sono le influenze di quei popoli che hanno lasciato, nei secoli, in Sicilia, le loro tradizioni gastronomiche, trasformate poi, dai nativi dell’isola, in opere assolutamente proprie e originali che conservano pur sempre l’eco dell’antico passato. Così, la curiosità del bambino diventa la nostra  voglia di scoprire quei sapori sempre nuovi, quei piatti così ricchi che, di volta in volta, profumano, di mare, di montagna, di mandorla, di ricotta o ancora di olio, di terra, di vita, di buono.

Ancora sole sulla mia pelle, ancora mare davanti ai miei occhi. Adesso sono seduta su una pietra di lava, su uno “scoglio” e, dopo aver deliziato il mio palato con dei solenni  maccheroncini alla Norma ( pasta fatta in casa condita con pomodoro, melanzane e ricotta salata) mi concedo il forte sapore di un arancia che racchiude la solarità della gente che me l ha venduta, così, per la strada. E non mi infastidisce usare le mani per toglierne la buccia, non mi infastidisce annusarne la sua asprezza sulle mie dita.

Ma Catania non è solo gastronomia; un vecchietto che passeggiava lì lungo la scogliera, mi chiede il permesso di sedermi accanto, la smorfia che fa la sua bocca nel sedersi lascia intendere l’avanzata età, il bastone che usa per sorreggersi conferma maggiormente la tesi, poi però il suo sorriso mi rassicura, è come se mi sussurrasse: è così che va, veniamo a questo mondo, viviamo e poi, a poco a poco, ci sentiamo stanchi di vedere sorgere e tramontare lo stesso sole, ma tutto questo non è triste, è la vita.

Ma mentre ascolto la mia fantasia, lui sta già parlando di quei luoghi, della sua città, mi racconta dei suoi nipotini che stanno giocando vicino al mare, mi racconta che oggi è domenica e si sta con la famiglia, mi dice che bisogna rispettare i giorni di festa cercando di renderli speciali, concedendosi dei piccoli piaceri ai quali non ci si avvicina durante la settimana. Poi abbassando un po’ la voce mi confessa:

  • Oggi io ho avuto il piacere di mangiare una cassatela, sa? Anche se dagli zuccheri dovrei stare lontano, ma che vuole, le ha fatte mia moglie..

Il mio volto si illumina con la luce dei suoi occhi vivi, espressivi, che riescono a far scorrere i fotogrammi di tutto ciò che quella persona meravigliosa mi racconta, che riescono a farmi vivere la bontà di quel dolce alla ricotta che mi dice di aver mangiato.

Mi sembra di conoscerlo da sempre, mi sembra di sentire ancora, attraverso la sua vicinanza, il calore di quel sole che ha battuto tutto il giorno su quella terra arida e che adesso sta sfumando sul mare una striscia di colore rossastra.

E così comincia ad imbrunire, la stella di Venere brilla sopra la marcata sagoma scura dell’Etna in contrasto con l’azzurro del cielo.

Il vecchietto mi continua a parlare di sé, della sua vita, anche lui come se mi conoscesse da sempre.

Si comincia ad alzare, chiama i suoi nipotini, mi lascia con una frase sola:

  • Le auguro di vedere tanti altri posti nel mondo che io, “siciliano di scoglio”, non vedrò mai.

Quelle parole mi si configurano nella mente mentre lui si allontana, non ne capisco il senso, pur essendo siciliana.

Poi la sera, la notte a Catania, l’estate del centro storico. I giovani s’incontrano tardi, sicuramente dopo le 22.30, quando hanno avuto tutto il tempo di lasciare il mare, farsi una doccia, mettere qualcosa addosso e riversarsi ancora insieme agli amici, tra i mille locali illuminati da soffici luci sfuocate, da piacevoli e delicate candele.

Piccolissime le strade che affiancano la strada principale, via Etnea, rimpicciolite dai tavoli dei bar, delle birrerie e dei tipici pub che le invadono. Si cena all’aperto, sotto il cielo stellato. La pietra lavica del pavimento, lungo le strade, è ancora calda ed emana, a poco a poco, la calura regalatagli dal sole durante il giorno.

Come un villaggio in festa, si ride, si mangia in compagnia, ci si lascia andare a scherzi e battute tra amici. Tutto è spontaneo, tutto è caldo e i movimenti sono rilassati, lenti, la notte è ancora lunga.

In mezzo a questo palpitare di anime spensierate mi sento viva.

Ripercorro la via Etnea fino a P.zza Duomo, eccolo lì il piccolo elefante di lava simbolo della città. Chissà perché un elefante, che poi tutti chiamano “u liotru”.

Questa magia dei monumenti che giocano con le ombre formate dalle luci tra le colonne, tra gli archi e i palazzi antichi, fa respirare il profumo di altri tempi, di altri popoli, e allora ci si sente piccoli in mezzo ad una piazza, ad un’isola, ad una Sicilia che brulica, che arde, che vive rigogliosa e passionale, consapevole della sua eterogeneità, ma fiera della sua originalità.

Le cose belle finiscono sempre troppo presto, sono in aeroporto, ho acquistato un libro tra la ristretta scelta di autori siciliani che ho trovato in una piccola edicola, mentre attendo la chiamata del volo che mi trascinerà fuori da questo Paradiso.

Ormai in volo, il mio sguardo si posa su quella costa soleggiata, sui faraglioni di Acitrezza che, dall’alto, sembrano dei sassolini e che invece erano stati, secondo la leggenda, il frutto dell’ira che il gigante Polifemo scagliò su Ulisse.

Poi sfoglio il libro, un intervista ad Andrea Camilleri, il romanziere siciliano di gialli per eccellenza.

Tra le pagine, il mio dito scorre, poi si posa su una frase, una definizione dello scrittore sui diversi modi di essere siciliani. Leggo, chiudo gli occhi e sorrido.

Ho appena scoperto di essere diversa da quel vecchietto, anch’io sono siciliana, ma “non di scoglio”, sono siciliana “di mare aperto”: sono andata via dalla mia terra custodendone i suoi segreti e le sue

qualità, vivo lontano alimentando la speranza di tornare per regalare ad una sorgente di sole i mille affluenti delle culture del mondo.

Il vecchietto, invece, non l’abbandonerà mai, la lontananza l’ucciderebbe.